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La ragazza che non conosceva i Pink Floyd e creò il momento più iconico di The Dark Side of the Moon

C’è un momento, in The Dark Side of the Moon, in cui le parole scompaiono. E proprio in quel silenzio verbale, Clare Torry ha urlato l’indicibile.

Quando si pensa ai Pink Floyd, si pensa ai testi di Waters, alle chitarre di Gilmour, ai paesaggi sonori di Wright. Ma The Great Gig in the Sky è un’altra cosa. È una confessione senza linguaggio. Un lutto senza spiegazioni. E, paradossalmente, una delle tracce più piene d’amore della storia del rock, nonostante parli di morte .

Da “The Mortality Sequence” a capolavoro

La genesi del brano è tanto casuale quanto geniale. Richard Wright aveva composto una sequenza di accordi al pianoforte, inizialmente intitolata “The Mortality Sequence”, pensata per far riflettere l’ascoltatore sull’inevitabilità della fine . La band provò di tutto: letture liturgiche, chiacchiere degli astronauti NASA, persino una registrazione del Padre Nostro. Niente funzionava .

La soluzione arrivò il 21 gennaio 1973, quando Alan Parsons suggerì una giovane cantante di sessione che aveva già inciso cover per la EMI. Clare Torry non era una fan dei Pink Floyd. Anzi, non sapeva nemmeno per chi stesse cantando quando ricevette la chiamata .

La Torry si presentò ad Abbey Road, ascoltò la sequenza di Wright e chiese istruzioni. La risposta, più o meno, fu: “È sulla morte. Canta qualcosa” . Iniziò con qualche scat e qualche “oh baby”, ma la band la fermò subito: “Se avessimo voluto quello, avremmo chiamato Doris Troy” . Fu allora che la Torry ebbe l’intuizione: trattare la voce come uno strumento. Chiuse gli occhi, immaginò di essere una chitarra, e lasciò uscire tutto .

Trenta sterline e un’improvvisazione che vale una carriera

La Torry registrò la sua parte in poche take. Lei stessa, uscita dallo studio, pensò di aver fatto un disastro: “Sembrava un miagolio isterico” . Ricevette 30 sterline per la sessione domenicale e tornò a casa convinta che quel materiale non avrebbe mai visto la luce .

Invece, quella performance improvvisata divenne il cuore pulsante di The Dark Side of the Moon. Una vocalità che non ha testo, non ha parole, eppure dice tutto: il terrore, la resa, la catarsi. È il suono di qualcuno che affronta l’abisso e, in qualche modo, lo attraversa.

La battaglia legale che ha cambiato i crediti

Per quasi trent’anni, i crediti di The Great Gig in the Sky riportarono solo il nome di Richard Wright. Poi, nel 2004, Clare Torry citò in giudizio i Pink Floyd e la EMI, sostenendo che la sua improvvisazione vocale costituisse una vera e propria composizione .

La causa si concluse con un accordo extragiudiziale nel 2005. Da allora, tutte le ristampe di The Dark Side of the Moon riportano la dicitura “Wright/Torry” . Non fu solo una vittoria economica: fu il riconoscimento che una performance può essere, a tutti gli effetti, un atto compositivo.

Perché ancora oggi ci toglie il fiato

The Great Gig in the Sky non è una canzone su la morte. È la morte che diventa suono. È il momento in cui il disco più celebre dei Pink Floyd smette di spiegare e comincia a sentire.

E forse è per questo che, a distanza di oltre cinquant’anni, continua a farci venire i brividi. Perché ci ricorda che alcune cose — le più importanti — non si possono dire. Si possono solo cantare. Senza parole.


Ascolta The Great Gig in the Sky. E la prossima volta che la senti, pensa a quella ragazza di 25 anni, chiusa in una cabina di registrazione, che ha trasformato un “miagolio” in eternità.