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L’ultima dittatura è digitale: ecco chi decide davvero cosa pensi

Nell’era dell’informazione liquida, esiste una verità scomoda che la classe politica europea preferisce ignorare mentre sorseggia un caffè a Bruxelles: il libero arbitrio dell’elettorato occidentale non è più negoziato nelle piazze, ma deciso negli algoritmi di pochi uomini seduti tra la California e il Texas. Il controllo delle menti non è più fantascienza orwelliana; è un business da migliaia di miliardi di dollari gestito con pugno di ferro da una ristretta cerchia di miliardari dispotici, i cui nomi conosciamo tutti, che hanno trasformato i social network in armi di persuasione di massa per il raggiungimento di un’egemonia totale.

L’Architettura della Sottomissione

Quando parliamo di X (ex Twitter) o Facebook, non parliamo di semplici piattaforme di condivisione. Parliamo di giganteschi reattori nucleari di dati progettati per mappare le nostre paure, i nostri desideri e le nostre fragilità. Questi strumenti, nelle mani di proprietari multimiliardari dal carattere spiccatamente autoritario, funzionano come vere e proprie leve del consenso politico.

Il meccanismo è semplice e diabolico: l’algoritmo non ti mostra ciò che è vero, ma ciò che ti tiene incollato allo schermo. La rabbia vende, la polarizzazione crea engagement, e l’engagement genera profitto. Ma il passo successivo è il più oscuro: pilotare quel flusso di rabbia verso precisi obiettivi politici. In teoria, i paesi occidentali sono “liberi”. In pratica, un tweet promosso o un trend soppresso possono decidere le sorti di un’elezione, alimentare una rivolta o spegnere una protesta sul nascere, il tutto senza che un singolo voto venga materialmente truccato.

Questi magnati non si limitano a ospitare il dibattito; lo curano. Decidono chi può parlare, chi deve essere silenziato e, soprattutto, quale narrazione deve arrivare a milioni di utenti in un determinato momento storico. È una forma di dispotismo illuminato al contrario, dove l’unico Dio è il profitto e l’unica morale è la perpetuazione del proprio potere globale.

L’Intollerabile Ritardo dell’Europa

Ed è qui che la polemica diventa rovente. Mentre Stati Uniti e Cina giocano a scacchi tridimensionali con i dati dei propri cittadini, l’Europa si presenta allo scacchiere con un pedone di legno.

Dov’è il social network europeo? Dov’è la piattaforma che rispetti il GDPR non come un vincolo burocratico, ma come un fondamento etico, e che sia finanziata e protetta dai nostri Stati? Semplicemente, non esiste. La classe dirigente europea, quella che ci ammonisce sui pericoli della disinformazione, è la prima a non avere alcuna remora nell’utilizzare X e Facebook come proprie agenzie di stampa ufficiali.

Ogni mattina, i politici europei pubblicano i loro comunicati stampa su piattaforme gestite da nemici dichiarati della sovranità digitale europea. Con una mano firmano leggi per limitare il potere delle Big Tech, con l’altra postano selfie e proclami su quelle stesse piattaforme, legittimandole e rendendole indispensabili. È una dipendenza patologica, quasi masochista.

L’Agenzia Stampa Privata

Il paradosso è grottesco: i social americani sono diventati di fatto l’unica vera agenzia di stampa transnazionale. Se un evento non accade su X, per la generazione Z e per i media tradizionali (che ormai pescano esclusivamente da lì), quell’evento non è realmente accaduto.

Affidare la narrazione della realtà a soggetti che hanno obiettivi di egemonia totale sul mondo significa aver già perso la guerra culturale. Significa che un magnate può, con un clic, destabilizzare l’economia di un Paese europeo, influenzare il voto dei cittadini tedeschi o francesi, o gettare discredito su un intero governo, semplicemente modificando il raggio di visibilità di un post.

Il cittadino europeo si illude di essere libero perché può scrivere ciò che vuole. Ma la libertà non sta nel poter scrivere, sta nell’essere ascoltati. E l’ascolto, oggi, è un servizio a pagamento che viene concesso o negato da pochi miliardari che non hanno alcun interesse per il bene comune europeo, ma solo per il consolidamento di un impero personale.

Conclusione: Il Silenzio dei Colpevoli

Mentre i leader europei si riuniscono in tavole rotonde per parlare di “autonomia strategica”, continuano a svendere l’ultima risorsa preziosa rimasta: l’attenzione e il consenso dei propri cittadini. La mancata creazione di una rete sociale sovrana non è un errore tecnico o finanziario; è un atto di resa culturale.

Finché l’Europa continuerà a fare da tappeto rosso a questi nuovi faraoni digitali, utilizzando i loro strumenti come se fossero neutrali, il sogno di una democrazia realmente libera e informata resterà tale. Il controllo delle menti è già realtà, e i suoi burattinai sanno di poter contare sulla complicità passiva di una classe dirigente che, per pigrizia o viltà, preferisce affittare la propria voce piuttosto che costruirne una propria. Il prezzo di questa scelta, però, lo pagheremo tutti, un like alla volta.

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Abbiamo scambiato l’anima con l’algoritmo: il triste declino della musica mainstream

Avete presente quella sensazione? Premete “play” sulla classifica del momento e vi sembra di aver già ascoltato quella canzone cento volte. La melodia è orecchiabile, il ritmo ipnotico, ma qualcosa non torna. Manca l’anima. Manca il brivido di chi ascolta per la prima volta qualcosa che non ha mai sentito prima.

Negli ultimi anni, il dibattito sulla scarsa qualità della musica mainstream si è intensificato, e i dati cominciano a dare ragione a chi parla di un declino. Uno studio pubblicato dalla Cambridge University Press ha rivelato che negli ultimi vent’anni le canzoni di maggior successo hanno seguito una tendenza verso la standardizzazione e la ripetitività . Non è solo nostalgia: la complessità musicale, l’armonia e il timbro sono diminuiti costantemente dagli anni Sessanta .

La musica come prodotto finanziario

Il problema non è la mancanza di talento. È il sistema che ha trasformato l’arte in un asset finanziario. Con l’avvento dello streaming e la finanziarizzazione dell’industria, le canzoni non sono più opere d’arte ma “asset” progettati per generare flussi di guadagno futuro .

Spotify e le altre piattaforme non premiano l’originalità. Premiano l’ascolto prolungato e senza interruzioni. Per questo le playlist ufficiali, con milioni di follower, sono diventate i nuovi gatekeeper: finire in una playlist popolare può significare migliaia di dollari, restarne fuori equivale all’oblio . La pressione è tale che gli artisti si adeguano a regole non scritte: canzoni brevi, melodie orecchiabili e ritmi prevedibili. Qualsiasi brano che si discosti troppo da questo canone rischia di essere saltato .

La fine della sorpresa

Il critico musicale Simon Reynolds ha osservato che “il pop non si reinventa più. Ricicla nostalgia con più lucidità, meno coraggio. La musica ha smesso di sorprenderci” . È difficile dargli torto quando la maggior parte dei successi odierni sembra una copia di una copia, un tentativo di agganciarsi alla nostalgia degli anni ’80, ’90 o 2000 .

La musica come sottofondo

Forse l’aspetto più inquietante è come lo streaming abbia trasformato il nostro rapporto con l’ascolto. La musica non è più un’esperienza che richiede attenzione, ma un tappeto sonoro per accompagnare altre attività. Le playlist tematiche presentano le canzoni come “strumenti per estrarre valore”, curate nei minimi dettagli per un consumo passivo e continuo .

Un articolo del Guardian ha definito questo fenomeno “la degradazione della musica: le canzoni diventano puro rumore di fondo, semplice riempimento dell’aria” . Le piattaforme incoraggiano attivamente la creazione di brani che funzionano in loop infinito, perfetti per accompagnare lo studio o il relax ma incapaci di lasciare un segno profondo .

Un’eccezione che conferma la regola

Non tutto è perduto. Ci sono molti artisti odierni che dimostrano che è ancora possibile emergere con un progetto originale che mescola influenze in modo personale e riconoscibile . Ma sono eccezioni in un panorama dominato da chi cerca visibilità immediata piuttosto che costruire una carriera artistica duratura .

Come ha scritto il saggista T Bone Burnett, viviamo nell’“era della musica per persone che non amano la musica” . Un’accusa pesante, ma che diventa sempre più difficile da ignorare.

Cosa possiamo fare?

La responsabilità, in fondo, è anche nostra. Il musicista Sharath Narayan osserva che “non dovremmo aspettarci che i produttori di merci siano responsabili, che si tratti di Coca-Cola, Pfizer o dell’industria musicale. Il pop più commerciale ha tutto il diritto di esistere. Ma sta a noi affinare il discernimento, far crescere il gusto” .

Forse è il momento di uscire dalle playlist algoritmiche e riscoprire l’ascolto consapevole. Di cercare musica che rischi, che sorprenda, che richieda attenzione. Perché se continuiamo a consumare junk food musicale, il mercato continuerà a produrlo. E la prossima generazione non saprà nemmeno cosa si è persa.

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Firth of Fifth: il fiume che ha cambiato per sempre il progressive rock

Benvenuti in un nuovo appuntamento con il progressive rock più affascinante e visionario. Oggi ci immergiamo in un brano che è un vero e proprio monumento del genere: parliamo di “Firth of Fifth” dei Genesis tratto dall’album capolavoro del 1973, Selling England by the Pound .

Le origini di un classico

È interessante notare come il brano sia stato composto principalmente dal tastierista Tony Banks già nel 1972, con l’intenzione di includerlo nell’album Foxtrot. La proposta fu però inizialmente respinta, e Banks dovette rimaneggiare il pezzo prima che la band lo accettasse per Selling England by the Pound . Il titolo, gioco di parole sul Firth of Forth (l’estuario del fiume Forth in Scozia), introduce il tema centrale del brano: il “fiume del costante cambiamento”, come recita il verso finale . Nonostante la musica sia quasi interamente opera di Banks, il pezzo è accreditato a tutto il quintetto (Peter Gabriel, Phil Collins, Steve Hackett, Mike Rutherford e lo stesso Banks) . Curiosamente, Banks stesso ha in seguito definito il testo “uno dei peggiori a cui abbia mai lavorato” . Un giudizio severo, forse, ma che non toglie nulla alla potenza della musica.

Un viaggio musicale in tre atti

“Firth of Fifth” è una suite in tre parti distinte, un microcosmo sonoro che si dispiega in quasi dieci minuti di pura magia progressiva .

1. L’introduzione pianistica

Il brano si apre con uno degli intro per pianoforte più celebri e complessi di tutta la storia del rock. Banks esegue un tema classicheggiante in tonalità di Si bemolle, caratterizzato da misure ritmiche ardite come il 13/16 e il 15/16 che si alternano a 2/4 . È un momento di pura tecnica e sentimento, che stabilisce subito le ambiziose coordinate dell’ascolto. Tanto è celebre, quanto è stata ardua la sua esecuzione dal vivo: Banks, utilizzando un pianoforte elettrico non sensibile al tocco, faticava a riprodurlo fedelmente sul palco. Per questo motivo, già dall’autunno del 1973, l’introduzione venne spesso omessa nei concerti .

2. La sezione strumentale: l’apoteosi di Banks e Hackett

Dopo la prima strofa, il brano si trasforma in un maestoso strumentale. È qui che si concentra il cuore pulsante del pezzo. Sentiamo il flauto di Peter Gabriel intonare una melodia che diventerà il leitmotiv della sezione . Segue un passaggio dominato dai sintetizzatori che riprendono il tema dell’introduzione, per poi lasciare spazio a uno dei momenti più alti di tutto il progressive: l’assolo di chitarra di Steve Hackett. Hackett ripresenta la melodia del flauto di Gabriel utilizzando un timbro di chitarra che emula il suono di un violino, creando un effetto lirico e struggente . I biografi della band, Dave Bowler e Bryan Dray, lo hanno definito “il momento più alto del periodo di Hackett con la band” . Il critico rock Edward Macan, dal canto suo, non ha esitato a definire “Firth of Fifth” come “uno dei migliori nove minuti e mezzo di musica che i Genesis abbiano mai inciso” .

3. Il finale

Dopo l’assolo di Hackett, la voce di Gabriel rientra per un’ultima strofa, prima che il pianoforte di Banks concluda il brano riprendendo un motivo dell’introduzione che si dissolve lentamente in fade out .

Eredità e influenza

“Firth of Fifth” non è solo un brano, è un simbolo. Ha attraversato le varie incarnazioni dei Genesis, sopravvivendo all’abbandono di Gabriel (con Collins alla voce) ma venendo accantonato dopo la dipartita di Hackett . La sua potenza strumentale, però, è stata talmente iconica da essere riproposta in numerosi tour successivi, fino ai concerti del 2007 e del 2021-2022 .

Steve Hackett, in particolare, ha fatto sua questa canzone, continuando a eseguirla regolarmente nei suoi concerti da solista. A proposito del suo leggendario assolo, ha dichiarato: “resterà sempre legato a me, e io continuo ad amare suonarlo. È una grande melodia per la chitarra” .

In conclusione, “Firth of Fifth” è un perfetto esempio di ciò che rendeva il progressive rock degli anni ’70 così speciale: ambizione, tecnica virtuosistica, lirismo e una ricerca sonora senza compromessi. Un brano che, nonostante i decenni, continua a esercitare un fascino immutato su generazioni di ascoltatori. Se non lo avete mai ascoltato con attenzione, fatevi un favore: chiudete gli occhi, alzate il volume e lasciatevi trasportare.

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Come riconoscere una musica generata dall’IA ? ecco i sistemi attuali

Detector IA

Il confine tra musica umana e musica generata dall’intelligenza artificiale si fa sempre più labile. Tanto che, secondo una ricerca di Deezer, il 97% delle persone non è in grado di distinguere un brano generato dall’IA da uno creato da un umano in un ascolto alla cieca . E la musica sintetica sta invadendo le piattaforme: Deezer riceve ogni giorno quasi 75.000 tracce generate dall’IA, pari a oltre il 44% di tutti i nuovi caricamenti .

Come possiamo allora orientarci in questo mare di contenuti sintetici? Esistono già diversi sistemi in grado di rilevare la musica generata dall’IA, e operano su vari livelli. Vediamo i principali.

Deezer: lo strumento per tutti

Il servizio di streaming francese Deezer è stato uno dei primi a muoversi, lanciando un rilevatore di musica IA gratuito e accessibile a tutti nel giugno 2026 .

Come funziona?

Lo strumento analizza le playlist degli utenti, funzionando con oltre 20 piattaforme tra cui Spotify, Apple Music, YouTube Music e SoundCloud . Basta collegare il proprio account e Deezer scansiona le playlist alla ricerca di tracce sospette.

Su cosa si basa?

Il rilevatore identifica gli “artefatti specifici” lasciati nel suono dal software di generazione IA, come quelli prodotti da modelli come Suno e Udio . Deezer dichiara una precisione superiore al 99,8% .

I dati allarmanti

Secondo Deezer, il 43% degli utenti che passano da altre piattaforme hanno già tracce IA nelle proprie playlist, e l’80% dei partecipanti a un sondaggio vuole che questi brani vengano chiaramente etichettati . La piattaforma ha già rilevato e taggato oltre 13,4 milioni di tracce IA nel corso del 2025 .

UAI di RTM Audio: il certificato per l’industria

Mentre Deezer si rivolge al grande pubblico, RTM Audio, una startup fondata da ingegneri di mastering premiati ai Grammy, ha lanciato UAI, un sistema pensato per l’industria musicale e per fornire prove in tribunale .

Come funziona?

UAI esegue due misurazioni separate su ogni traccia: una sulla produzione e una sulla voce. Solo quando entrambi i sistemi concordano, la traccia viene classificata come IA .

Il valore aggiunto: il certificato firmato

La caratteristica distintiva di UAI è che ogni verdetto produce un certificato crittograficamente firmato, legato al codice ISRC del brano e verificabile tramite una chiave pubblica. Un “record” indipendente, non un semplice punteggio di confidenza .

“Un punteggio di confidenza non è una prova. Quando uno di questi verdetti arriva davanti a un giudice, hai bisogno di un record che l’altra parte non possa facilmente ignorare.” – Matt Buser, avvocato musicale e co-fondatore di RTM Audio

Questo approccio è pensato per rispondere alle nuove esigenze legali, come le trasparenze richieste dall’AI Act dell’Unione Europea o il NO FAKES Act negli Stati Uniti .

UAI dichiara un tasso di falsi positivi dello 0,06% nei test interni su 8.236 master .

La ricerca scientifica: alla ricerca di una “firma” dell’IA

Dietro questi strumenti commerciali c’è una solida base di ricerca. Il segreto per individuare la musica generata dall’IA sta nel fatto che i modelli di generazione audio, come quelli che usano strati di convoluzione trasposta, lasciano delle “impronte” digitali .

L'”artefatto a scacchiera”

Nell’audio, questi artefatti si manifestano come picchi energetici periodici nello spettro del suono, simili ai famosi “checkerboard artifacts” delle immagini generate . Questi picchi appaiono a frequenze specifiche, determinate dall’architettura del modello, come una sorta di firma digitale indelebile .

Oltre i modelli tradizionali: la sfida dei brani “ibridi”

La ricerca sta già andando oltre la semplice classificazione “umano o IA”. Una delle sfide più attuali è capire come rilevare l’IA in brani “ibridi”, dove parti generate si mescolano con registrazioni umane (ad esempio, una voce umana su una base generata dall’IA) .

Si stanno esplorando tecniche per quantificare la percentuale di contenuto IA in un mix o per sviluppare modelli che non necessitano di essere addestrati su ogni nuovo generatore (“zero-shot detection”) .

Un’arma a doppio taglio?

Se da un lato questi strumenti sono fondamentali per la trasparenza, dall’altro non sono perfetti. Uno studio del 2025 ha dimostrato che alcuni rilevatori commerciali possono essere ingannati con semplici operazioni come la ricampionatura di un file audio . Inoltre, la loro efficacia può crollare al di sotto del 60% su audio broadcast o su brani fortemente mixati .

Il rilevamento della musica generata dall’IA è una corsa tecnologica in continua evoluzione. Strumenti come il rilevatore di Deezer e il certificatore UAI rappresentano l’avanguardia di un settore che cerca di portare trasparenza e fiducia in un panorama musicale sempre più complesso.

Ultimamente Sony sta sviluppando uno strumento che non solo identifica musica non umana ma riesce ad identificare anche da quale brano ha copiato

Sì, Sony ha sviluppato una tecnologia che fa esattamente questo: non si limita a rilevare se un brano è generato dall’IA, ma risale alle opere originali usate per il suo addestramento, quantificando l’influenza di ciascuna sul risultato finale .

Questa tecnologia è stata creata dal laboratorio di ricerca Sony AI e, stando ai report, un articolo accademico che ne descrive il funzionamento è stato accettato a una conferenza internazionale, suggerendo che sia una soluzione seria e sottoposta a revisione tra pari .

Come funziona in pratica?

Il sistema può operare in due modalità, a seconda della collaborazione degli sviluppatori di IA :

  • Se gli sviluppatori cooperano: si collega direttamente al modello per analizzare i dati di addestramento. In questo modo, può tracciare in modo preciso quali brani sono stati utilizzati .
  • Se gli sviluppatori non cooperano: il sistema confronta il brano generato con i cataloghi musicali esistenti per fare una stima di quali opere possano averlo influenzato .

Perché è importante?

Questo tipo di tracciamento è fondamentale per un futuro in cui l’IA e la musica coesistano, e risponde a due esigenze precise:

  1. La resa dei conti: permette di quantificare il contributo di ogni artista o brano originale. Ad esempio, potrebbe indicare che un brano generato è influenzato per il 30% dai Beatles e per il 10% dai Queen . Questo apre la strada a sistemi di royalty proporzionali, dove i compensi vengono distribuiti in base all’effettivo utilizzo .
  2. Il contesto legale: arriva in un momento di forti tensioni. Sony Music Entertainment è tra le major che hanno fatto causa ad AI music generatori come Suno e Udio per presunta violazione di copyright . Uno strumento come questo trasforma la questione da una battaglia legale costosa a un potenziale meccanismo di licenza trasparente e automatico .

Vale la pena notare che, sebbene la tecnologia esista, Sony non ha ancora annunciato una data di lancio commerciale . Sembra quindi che sia ancora in una fase di sviluppo e studio per capire come integrarla nel mercato .

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Il Tritono: L’Intervallo che la Chiesa Temeva e il Rock ha Amato

C’è un intervallo musicale che, per secoli, ha fatto tremare i polsi dei monaci e infiammato l’immaginazione di compositori e ascoltatori. È conosciuto con molti nomi: il “Diabolus in Musica”, l’ “Intervallo del Diavolo”, o più semplicemente, il tritono. Ma cosa rende questo semplice salto di tre toni così speciale, tanto da meritarsi un posto nella leggenda e nel cuore della musica moderna?

Cos’è esattamente il Tritono?

In termini tecnici, il tritono è un intervallo musicale che copre la distanza di tre toni interi, ovvero sei semitoni. Se prendiamo una tastiera, l’esempio più classico è l’intervallo tra il Fa e il Si naturale: un suono che molti descrivono come aspro, instabile e dissonante. Nella scala di Do maggiore, questo intervallo appare naturalmente tra il quarto e il settimo grado, creando una tensione che chiede urgentemente di essere risolta.

La Nascita di una Leggenda: “Diabolus in Musica”

La fama sinistra del tritono affonda le sue radici nel Medioevo. In un’epoca in cui la musica sacra era dominante e si cercava la purezza e la dolcezza degli intervalli perfetti (come la quarta e la quinta), il tritono rappresentava un problema. La sua dissonanza era considerata così sgradevole e difficile da intonare per le voci che i teorici musicali, come il celebre Guido d’Arezzo, ne sconsigliarono l’uso, arrivando a evitarlo nei sistemi musicali dell’epoca.

Da questa avversione nacque il mito. Nel corso dei secoli, l’intervallo venne etichettato con il nome che lo avrebbe reso famoso: “Diabolus in Musica”, il diavolo nella musica.

Tuttavia, la storia è più sfumata di una semplice proibizione. Studi recenti, come quelli del musicologo Anthony Pryer, suggeriscono che non esiste alcun documento ufficiale della Chiesa che bandisse formalmente il tritono. Piuttosto, si trattava di una pratica didattica per evitare errori di intonazione e mantenere la scorrevolezza del canto liturgico. L’appellativo “diabolico” fu un modo efficace per insegnare ai giovani musicisti a stare alla larga da questo intervallo “problematico”.

La Rivincita del Tritono: Da Dissonanza a Motore Armonico

Nonostante la sua reputazione, il tritono era troppo potente per essere ignorato per sempre. Con l’avvento dell’armonia tonale, l’intervallo si è ritrovato al centro della musica occidentale. L’accordo di settima di dominante, il motore armonico per eccellenza della musica classica, contiene al suo interno proprio un tritono. È proprio quella tensione che genera il desiderio di risoluzione, la spinta che fa muovere la musica in avanti.

Il tritono cessa quindi di essere un “errore” per diventare un colore espressivo potentissimo. I compositori romantici, come Franz Liszt, Richard Wagner e Camille Saint-Saëns, lo usarono consapevolmente per evocare atmosfere sinistre, soprannaturali o di tormento interiore. L’ascoltatore non sentiva più solo una dissonanza, ma un’emozione precisa.

Dal Classicismo all’Hard Rock: Il Tritono nella Musica Moderna

Il Novecento e la musica contemporanea hanno definitivamente sdoganato il tritono, facendone un elemento stilistico fondamentale in generi come il jazz e l’heavy metal.

  • Nel Jazz: Il tritono è diventato la base della “sostituzione di tritono”, una tecnica armonica che arricchisce le progressioni di accordi con tensioni e colori nuovi, diventando un pilastro del linguaggio bebop.
  • Nel Rock e Metal: È qui che il tritono ha ritrovato tutta la sua carica “diabolica”. Il riff iniziale del celebre brano Black Sabbath dei Black Sabbath è probabilmente l’esempio più iconico: quel suono cupo e minaccioso definisce l’intera atmosfera del genere. Il tritono è diventato il suono del metallo pesante, della rabbia e dell’oscurità.

Conclusione: L’Enigma del Suono

La storia del tritono è la storia di come un suono “sbagliato” sia diventato il suono più affascinante e versatile della musica. Da intervallo temuto e bandito, a motore armonico del classicismo, fino a simbolo sonoro del rock più duro, il “Diabolus in Musica” ha dimostrato che la vera forza espressiva nasce spesso dalla tensione, dalla rottura degli schemi e dall’abbraccio della dissonanza. Ascoltare un tritono oggi significa ascoltare secoli di storia, di miti e di pura, geniale creatività musicale.

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I’m the walrus dei Beatles è la canzone più sofisticata mai scritta?

I'm the Walrus

Il brano uscì come singolo insieme a Hello Goodbye nel 1967 per poi comparire nell’album “Magical Mistery Tour” dei Beatles.Curiosamente la versione che uscì negli USA era leggermente diversa nell’intro che presentava due quarti di battuta in meno rispetto a quella nel resto del mondo.Nessuno ha mai spiegato il perchè di questa difformità.

Cominciamo col dire che l’intero brano è stato scritto interamente da John Lennon nel suo momento più alto come autore e compositore.

Lo stesso Lennon dichiarò in seguito di essersi ispirato per la melodia al suono della sirena di una volante che proveniva dalla strada sottostante. In effetti la parte vocale si basa quasi totalmente su un intervallo di semitono tra la nota MI e RE# che ricorda il suono di una sirena in senso onomatopeutico.

Analisi armonica

Bisogna ricordare che nelle circa 300 canzoni scritte dal duo Lennon-Mc Cartney ed in parte da Harrison solo in una o due casi le sequenze armoniche siano composte da un giro di accordi tipici delle canzoni popolari .

In I’Am the Walrus ci troviamo di fronte ad una struttura compositiva complessa e molto sofisticata per i canoni della musica Pop sia dell’epoca in cui uscì che specialmente per quelli di oggi. Essa presenta un’armonia talmente particolare che probabilmente non ha precedenti nella storia della musica pop-rock ma credo anche nella musica classica.

“I Am the Walrus” dei Beatles è molto più di una semplice canzone: è un’affascinante esplorazione sonora che ha infranto le convenzioni della musica pop, distinguendosi per la sua struttura armonica audace e un’innovazione che ha ridefinito i confini del possibile in uno studio di registrazione.

Un’Armonia Volutamente Instabile

La descrizione armonica del brano è tanto affascinante quanto complessa. A differenza delle canzoni pop tradizionali, fondate su progressioni di accordi prevedibili, “I Am the Walrus” costruisce la sua identità su un’ambiguità voluta.

  • Un turbinio di accordi maggiori: La canzone utilizza esclusivamente accordi maggiori , una scelta che di per sé non è insolita. La peculiarità sta nel loro susseguirsi. Il brano si muove attraverso sette diversi accordi maggiori, creando un effetto di “scale mobili” in cui la sensazione di centro tonale (la tonalità d’impianto) è costantemente messa in discussione .
  • Melodia e armonia in dialogo: Questa libertà armonica costringe la melodia a un continuo adattamento. Non essendoci una singola scala a generare la linea vocale, John Lennon plasma i suoi motivi sulle singole armonie, creando un canto che fluttua e si sposta come in un sogno .
  • Frasi musicali asimmetriche: La struttura formale del brano rifiuta la simmetria del pop. Le sezioni si susseguono con numero di battute basati su 3, 5, o 6, un’architettura musicale che Allan W. Pollack ha definito come l’ “uso di frasi in gruppi di tre” a conferire al brano una struttura ossessiva e ipnotica . Il critico Ian McDonald l’ha descritta come “la sequenza più eterodossa e totalmente ambigua che John abbia mai ideato” .

Un’Innovazione che Ha Cambiato le Regole

L’innovazione di “I Am the Walrus” risiede nel modo in cui ha trasformato un’idea musicale apparentemente semplice in un capolavoro di produzione e sperimentazione.

  • L’arrangiamento orchestrale come contraltare: Di fronte alla richiesta di John Lennon, che voleva che la sua voce non venisse coperta, George Martin creò un arrangiamento per archi, fiati e coro che non si limitava a fare da tappeto sonoro, ma dialogava attivamente con la voce . L’effetto è quello di un “canone perpetuo” avvolgente, dove le linee orchestrali e la melodia si muovono in moto contrario .
  • Una tavolozza timbrica rivoluzionaria: La canzone rompe con l’idea del “classico gruppo rock”. Non ci sono chitarre in primo piano; il basso e la batteria sono ridotti all’essenziale per fare spazio a una stratificazione di suoni orchestrali, effetti da nastro e rumori .
  • Il collage sonoro e il caos controllato: L’innovazione più radicale fu l’uso di suoni non musicali. Nel finale, mentre la musica procede, si sovrappone la trasmissione in diretta di una radio BBC che recita una scena del Re Lear di Shakespeare . L’idea nacque per caso, durante una registrazione, ma fu immediatamente colta da Lennon come l’elemento perfetto per il suo “caos” sonoro.

Questa fusione di un’armonia che destabilizza l’ascoltatore con una produzione che fonde orchestra e rumori del mondo reale ha reso “I Am the Walrus” un’opera unica, un manifesto dell’estetica psichedelica e una delle canzoni più audaci e influenti della musica del Novecento.

Analizzare il testo di “I Am the Walrus” è un’impresa affascinante e volutamente frustrante, perché il significato ultimo della canzone è proprio la sua mancanza di un significato ultimo. È un testo scritto come un gioco, una sfida e un atto di ribellione contro chi cercava di decifrare le parole di Lennon come fossero messaggi in codice.

Ecco un’analisi che ne scompone i livelli:

1. L’Origine del Testo: Un’Umile Poesia Scolastica

La genesi del testo è fondamentale per capirne la natura. John Lennon scrisse le prime due strofe ispirandosi a una filastrocca che aveva sentito da un compagno di scuola di suo figlio Julian. Il bambino recitava:

“Yellow matter custard, green slop pie, / All mixed together with a dead dog’s eye”
(Crema gialla, torta di brodaglia verde, / Tutto mescolato con l’occhio di un cane morto).

Lennon trovò la filastrocca così surreale e divertente che la trasformò in un punto di partenza, amplificandone l’assurdità. Questo ci dice subito che il testo non nasce da una profonda riflessione filosofica, ma dal puro piacere del gioco linguistico.

2. La Poetica del “Nonsense” e del Flusso di Coscienza

Il testo è un capolavoro di nonsense letterario, sulla scia di Lewis Carroll (che Lennon amava) e Edward Lear. Le immagini si susseguono senza un nesso logico apparente:

  • “Pigman” e “Eggman” (uomini maiale e uomo uovo): figure assurde che potrebbero essere amici immaginari o archetipi onirici.
  • “Semolina pilchard” (sardina di semolino): un ossimoro culinario che in realtà è un esplicito riferimento al detective Norman Pilcher (vedi ampia nota in fondo)
  • “Expert texpert choking smokers”: un gioco di allitterazioni che evoca l’immagine di esperti che si strozzano con il fumo, forse una critica ai “sapientoni” dell’epoca.

Lennon scriveva in uno stato di semi-incoscienza creativa, lasciando che le parole si associassero per suono e ritmo piuttosto che per significato. È un flusso di coscienza che mira a evocare sensazioni, non a raccontare una storia.

3. Il Gesto Anti-Intellettuale

La chiave di volta del testo è la sua genesi legata a una lettera di un insegnante. Un professore della scuola di Lennon scrisse loro spiegando che le canzoni andavano analizzate per “trovare i significati nascosti” e che Lennon aveva una “mente eccezionalmente acuta”.

La risposta di Lennon fu di prendere in giro quell’approccio. Scrisse consapevolmente versi sempre più assurdi e senza senso, proprio per dimostrare che le sue canzoni non erano enigmi da decifrare. Il verso:

“I’m crying” (sto piangendo) – potrebbe essere la sua reazione alla serietà con cui veniva preso.

E il ritornello stesso, “I am the walrus”, fu scelto per un motivo molto semplice: nella filastrocca di Carroll, il Tricheco (the Walrus) era il personaggio che mangiava tutte le ostriche, un anti-eroe. Inoltre, suonava bene con “goo goo g’joob” – un suono onomatopeico che imita il pianto di un bambino o il suono di un tricheco, ma che è diventato uno dei momenti più iconici e indecifrabili della musica.

4. Livelli di Significato (Voluti e Non Voluti)

Pur essendo volutamente senza senso, il testo è così ricco che si presta a molteplici interpretazioni. Alcuni critici hanno ipotizzato:

  • Un commento sulla società:
    • “Sitting in an English garden”: un’immagine della pacata vita inglese, subito sconvolta dall’arrivo di “mister city policeman” e dalla morte di un cane. Il caos che irrompe nell’ordine.
    • “Semolina pilchard climbing up the Eiffel Tower”: l’assurdità della cultura pop che si mescola con i simboli nazionali.
    • “Element’ry penguin”: una chiara e beffarda allusione al pinguino del logo della casa editrice Penguin Books, simbolo dell’educazione e della cultura alta, che Lennon definisce “elementare” (sempliciotto) mentre canta “Hare Krishna” (un mantra indiano), contrapponendo l’occidente intellettuale all’oriente spirituale.
  • Un’autobiografia onirica: Versi come “I’m crying” e “I’m dying” (sto morendo), in un contesto di caos, potrebbero rappresentare la fragilità e la solitudine di Lennon in quel periodo, nascoste dietro la maschera del clown/artista.

5. Il Significato Finale

In definitiva, il testo di “I Am the Walrus” è un’opera surrealista e dadaista. Il suo vero significato è la critica all’interpretazione stessa.

Con questa canzone, Lennon uccide l’idea che l’artista debba fornire un messaggio chiaro. Il testo è un oggetto sonoro, un gioco di parole che funziona più per il suo ritmo, la sua melodia e le sue assonanze che per il suo significato semantico. È una festa dell’assurdo, un dito medio alla critica e un invito all’ascoltatore a perdersi nelle parole senza cercare di trovarvi una via d’uscita.

Alla domanda “Cosa significa?”, Lennon risponderebbe probabilmente: “Significa che sono il tricheco. E tu? Chi sei?”

Questo brano così sperimentale non poteva non essere apprezzato da Frank Zappa che lo suonava spesso in concerto.

*** Norman Pilcher è stato un detective della squadra antidroga di Londra diventato famoso negli anni ’60 per aver arrestato alcune delle più grandi rock star dell’epoca, per poi finire lui stesso in prigione per corruzione.

Cacciatore di rockstar: Pilcher, spesso travestito da postino per sorprendere le sue vittime, arrestò numerosi musicisti . Tra i suoi “bottini” più celebri ci sono John Lennon e Yoko Ono (1968), George Harrison (1969), Mick Jagger, Keith Richards e Brian Jones dei Rolling Stones, Donovan e Dusty Springfield . Si racconta che Eric Clapton riuscì a sfuggirgli saltando da una finestra sul retro mentre Pilcher suonava il campanello

Corruzione e condanna: Il suo operato era circondato da voci di metodi poco ortodossi, come seminare false prove e i pagamenti ai giornalisti per avere pubblicità . La sua carriera finì nel 1972, quando fu arrestato per spergiuro e cospirazione . Nel 1973 fu condannato a quattro anni di prigione . Il giudice, nel condannarlo, pronunciò una frase passata alla storia:

“Avete avvelenato le sorgenti della giustizia penale e lo avete fatto deliberatamente”

  • Le sue memorie: Uscito di prigione, lavorò come autista e in una casa di cura . Nel 2020, a 85 anni, pubblicò un libro di memorie intitolato “Bent Coppers” (“Poliziotti corrotti”), in cui cercò di raccontare la sua versione dei fatti, accusando i suoi superiori e difendendosi dalle accuse di aver seminato prove . È morto nel 2021 all’età di 85 anni .

La figura di Norman Pilcher rimane controversa: per alcuni era un poliziotto corrotto che perseguitava i musicisti, per altri un capro espiatorio di un sistema di polizia marcio

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L’IA Generativa Musicale: Una Rivoluzione che Minaccia la Creatività Umana?

L’intelligenza artificiale generativa sta facendo irruzione nel mondo della musica con la promessa di democratizzare la creazione artistica. Piattaforme come Suno e Udio permettono a chiunque di generare canzoni complete da un semplice prompt di testo, raggiungendo oltre due milioni di abbonati paganti . Tuttavia, dietro questa facciata di innovazione si nasconde una crisi profonda per gli autori umani, sollevata da questioni etiche, legali ed economiche che minacciano di stravolgere l’industria musicale così come la conosciamo.

L’Addestramento e il Problema del Consenso

Il cuore del problema risiede nel modo in cui questi modelli di IA vengono addestrati. Le aziende tecnologiche hanno “scaricato essenzialmente tutti i file musicali di qualità ragionevole accessibili su Internet aperto” , spesso senza il permesso degli autori. La Federazione Americana dei Musicisti ha denunciato che le major discografiche, come Universal e Warner, “hanno rifiutato di compensare i musicisti il cui lavoro… viene inserito nelle macchine di IA a scopo di lucro” .

Questo scenario ha innescato una valanga di cause legali. I grandi studi discografici hanno fatto causa a Suno e Udio per violazione del copyright su larga scala, accusandoli di aver addestrato i loro modelli su migliaia di canzoni iconiche senza autorizzazione .

La situazione è ancora più complessa per gli artisti indipendenti, che spesso rimangono esclusi da questi accordi. Una causa collettiva intentata da musicisti indipendenti sostiene che Suno abbia compiuto un “furto” delle loro creazioni, aggirando le misure di protezione digitale su piattaforme come YouTube per scaricare opere protette da copyright . Come ha affermato il CEO di APRA AMCOS in seguito a una sentenza storica in Germania: “Monaco ha chiamato le cose con il loro nome. Non innovazione. Furto” .

Conseguenze Economiche e la Diluizione delle Royaltie

Oltre alla questione legale, l’impatto economico dell’IA generativa minaccia direttamente il sostentamento degli artisti. L’IA sta “già rubando reddito ai musicisti umani” . Il meccanismo è subdolo: i brani generati dall’IA e quelli creati dagli umani finiscono nello stesso ecosistema, condividendo lo stesso “pool” di ascolti e royaltie sulle piattaforme di streaming .

Secondo alcune stime, fino al 24% dei guadagni musicali tradizionali potrebbe essere a rischio a causa dell’impatto dell’IA . La facilità e la velocità con cui l’IA può produrre musica rischiano di “saturate le piattaforme di streaming”, creando un “problema di numeri” in cui la musica generata dall’IA “alla fine annegherà la musica creata dall’uomo” .

Questa inondazione di contenuti rischia di diluire le royaltie per tutti, rendendo ancora più difficile per gli artisti umani guadagnarsi da vivere con la propria arte.

La Battaglia Legale tra “Fair Use” e Copyright

Al centro della disputa legale c’è il principio del “fair use” (equo utilizzo), rivendicato dalle aziende di IA, secondo cui l’addestramento dei modelli sulle opere protette da copyright costituirebbe un uso trasformativo e quindi consentito. Questo principio è stato però messo in discussione da una sentenza storica del tribunale di Monaco . Il tribunale ha stabilito che Suno non può nascondersi dietro il “fair use” americano, nemmeno se l’addestramento è avvenuto negli Stati Uniti, perché:

  • La riproducibilità delle opere originali significa che non si tratta di un’opera nuova e trasformativa.
  • Il risultato ha un effetto sostitutivo sul mercato delle opere originali .

Questa sentenza rappresenta un punto di svolta, stabilendo che la “memorizzazione di un’opera all’interno di un modello di IA equivale a una riproduzione” . Rafforza l’argomentazione che “i modelli di IA costruiti su proprietà intellettuale rubata non hanno alcuna protezione ai sensi di legge” .

Verso un Futuro di Trasparenza e Nuove Regole?

Di fronte a queste sfide, l’industria musicale sta cercando di definire nuove regole. In Italia, la FIMI (Federazione Industria Musicale Italiana) ha lanciato un appello affinché il Festival di Sanremo 2027 ammetta “solo brani sostanzialmente realizzati dalla creatività umana” . A livello internazionale, si sta lavorando a un “sistema unificato di etichettatura volontaria che distingua chiaramente tra brani ‘Generati dall’IA’ e brani ‘Assistiti dall’IA’, per garantire trasparenza agli ascoltatori e tutelare l’autenticità dell’intervento umano” .

Alcune major hanno iniziato a stipulare accordi di licenza con le aziende di IA, accettando di far pagare l’uso dei loro cataloghi per l’addestramento. Tuttavia, la Federazione Americana dei Musicisti sostiene che questi accordi non stanno portando benefici ai musicisti stessi, che restano esclusi dai profitti generati dall’uso delle loro opere .

La strada da percorrere è ancora lunga e irta di ostacoli. La creatività umana, con le sue imperfezioni e la sua capacità di emozionare, rischia di essere messa in secondo piano da un’ondata di contenuti perfetti ma vuoti, generati da algoritmi. La sfida per il futuro sarà trovare un equilibrio che permetta all’innovazione tecnologica di coesistere con la tutela dei diritti e del lavoro degli artisti umani.

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I prodigi dell’accordatura a 432 Hz ed il terrapiattismo musicale

Ci sono persone che sostengono che la musica con gli strumenti accordati con un LA3 a 432Hz invece dei consueti 440 produca degli effetti sorprendenti. A quanto pare ha un effetto curativo, genera un senso di relax, fa entrare in contattato con le vibrazioni del cosmo, ecc . Ovvero permette di accumulare energia positiva e molto altro ancora.

Dichiarazioni eccezionali dovrebbero essere accompagnate da prove eccezionali e purtroppo i sostenitori di tale teoria non vanno oltre alla semplice: ” è così perche l’ ho letto da qualche parte”.

Mark Twain affermava di quanto sia facile ingannare le persone ma di quanto sia difficile convincerle di essere state ingannate.

Con molta fatica cercherò almeno per qualche minuto ad argomentare l’assurdità di tali credenze

Perchè 432 e non 432,5 0 432,6 Hz?

Una sezione di archi accordati come di consueto a 440 hz produrrà durante un vibrato anche quella frequenza (432 hz) quando esegue un La. Stesso effetto per altri strumenti chitarre,bassi, ottoni e legni durante un bending un glissato oppure un portamento.

Tutto questo non è una mia impressione, ci terrei a ricordare che le frequenze possono essere misurate con uno strumento di uso comune agli ingegneri del suono chiamato analizzatore di spettro.

Quindi perchè accordarli in quel modo se l’effetto è lo stesso?

Molti test effettuati in doppio cieco consistenti nel far ascoltare a dei volontari lo stesso brano di musica classica con le due accordature non ha prodotto nessun risultato particolare in favore di questa accordatura.

Inoltre la prova definitiva ce la fornisce la biologia Il nostro sistema uditivo non è tanto sensibile alla singola frequenza ma al rapporto fra di esse1. Quindi anche cambiando l’accordatura i rapporti tra le frequenze saranno sempre gli stessi.

Alcune case discografiche “furbette” vendono CD accordati a 432 hz ad un prezzo maggiorato. Si chiama marketing.

Rimane il fatto che l’accordatura a 440 hz non è un totem irrinunciabile anzi è solo una convenzione che ha facilitato e standardizzato l’esecuzione musicale da almeno qualche centinaio di anni. Non è vi è nulla di magico.

“Quando il sole della cultura è basso anche le ombre dei nani sono lunghe”

1Fonti bibliografiche di questo post:

Centro sonologia computazionale Università di Padova http://csc.dei.unipd.it/

http://www.physik.uni-oldenburg.de/aku/projects/apsyacou.htm

https://www.maurograziani.org/text_pages/acoustic/acustica/MG_Acustica04.html

https://www.lucaleggi.it/frequenza.html

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Auto-tune: il nemico dell’espressione artistica nella musica?

Auto-tune è un software che permette di correggere le imperfezioni vocali sia durante la registrazione in studio che durante un’esibizione dal vivo. In altre parole, se un cantante non riesce a cantare una nota perfettamente, Auto-tune può aiutare a correggere l’intonazione e ad ottenere una prestazione migliore allineandola alla scala musicale.

Nonostante la popolarità di Auto-tune, lo strumento ha ricevuto numerose critiche negli ultimi anni. Molte persone affermano che Auto-tune stia distruggendo la musica, poiché elimina l’umanità e la spontaneità delle prestazioni vocali. Inoltre, alcuni artisti hanno abusato di questo strumento, utilizzandolo per correggere anche le minime imperfezioni vocali e rendere la loro prestazione quasi completamente artificiale.

Tuttavia, ci sono anche coloro che sostengono che Auto-tune sia uno strumento utile che permette ai cantanti di esprimersi al meglio, soprattutto in un’industria musicale sempre più competitiva. Inoltre, molti produttori affermano che Auto-tune è solo uno strumento, e che la vera arte della produzione musicale risiede nella capacità di utilizzarlo in modo creativo.

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I 10 DISCHI CHE HANNO FATTO LA STORIA DEL JAZZ

Il jazz è un genere musicale che ha avuto origine negli Stati Uniti alla fine del XIX secolo, sviluppatosi dalle tradizioni musicali africane e europee. La sua nascita è strettamente legata alla cultura e alla storia delle comunità di immigrati afroamericani a New Orleans, in Louisiana.

Gli elementi musicali del jazz comprendono l’utilizzo di ritmi e melodie complesse, improvvisazione, e la fusione di diverse forme di musica come il blues, il ragtime e la musica classica europea. Il jazz si è evoluto nel corso del XX secolo, attraversando diverse fasi, come il periodo d’oro degli anni ’20 e ’30, lo swing degli anni ’30 e ’40, il bebop degli anni ’40 e ’50, l’ hard bop degli anni ’50 e ’60, il cool jazz degli anni ’50 e ’60, il modal jazz e il free jazz degli anni ’60 e ’70.

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“OSCAR PETERSON : L’ARTE DEL JAZZ AL PIANOFORTE

Oscar Peterson: Il Re del Jazz

Oscar Peterson è stato uno dei più grandi pianisti di jazz di tutti i tempi. Nato a Montreal, in Canada, nel 1925, Peterson ha iniziato a suonare il pianoforte all’età di cinque anni e ha presto mostrato un talento straordinario per la musica. Ha iniziato la sua carriera musicale come solista e poi ha formato un trio che ha conquistato il mondo del jazz negli anni ’50 e ’60.

Peterson era conosciuto per la sua tecnica virtuosistica al pianoforte e per la sua abilità di suonare in una vasta gamma di stili, dal bebop al classico. Era anche famoso per la sua capacità di improvvisare, creando melodie uniche e coinvolgenti in ogni performance.

Il suo stile unico e la sua abilità musicale lo hanno reso uno dei più grandi musicisti di jazz del XX secolo. Ha suonato con alcuni dei più grandi musicisti di jazz della sua epoca, come Louis Armstrong, Nat King Cole e Ella Fitzgerald, e ha anche inciso numerosi album di successo, tra cui “Night Train” e “We Get Requests“.

Peterson ha anche avuto un impatto duraturo sulla cultura musicale e sulla formazione musicale, ispirando generazioni di giovani musicisti e contribuendo alla diffusione del jazz in tutto il mondo.

In conclusione, Oscar Peterson è stato uno dei più grandi pianisti di jazz di tutti i tempi e una figura importante nella storia della musica. La sua tecnica straordinaria, la sua abilità di improvvisare e il suo amore per la musica lo hanno reso un vero e proprio re del jazz. La sua eredità continua a ispirare i musicisti di tutto il mondo e il suo contributo alla cultura musicale sarà sempre ricordato e apprezzato.

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JEFF BECK L’INIMITABILE

Geoffrey Arnold Beck, detto Jeff (Londra,24 giugno1944 –Wadhurst, 10 gennaio 2023) è stato uno dei più grandi chitarristi rock di tutti i tempi, con una carriera che è durata per oltre cinquant’anni. Nato in Inghilterra nel 1944, Beck si è fatto conoscere come membro degli Yardbirds negli anni ’60, ma è stato la sua carriera solista a consolidare la sua reputazione come innovatore e virtuoso della chitarra.

Il suo stile unico e versatile ha aperto nuove prospettive alla chitarra elettrica moderna. L’utilizzo della microtonalità grazie ad un innovativo controllo della leva del vibrato, unito dall’uso di una diteggiatura della mano destra innovativa , lo ha reso un chitarrista elettrico fortemente innovativo.

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Quincy Jones

Il mondo della musica piange per la scomparsa del leggendario produttore Quincy Jones che , nella sua lunga e prolifica carriera, è stato l’artefice di numerosi successi discografici per oltre mezzo secolo.

Inizia a suonare la tromba da autodidatta ma il suo destino non sarà quello di diventare un virtuoso dello strumento, il suo straordinario talento è stato quello di produrre ed arrangiare brani molto spesso scritti da altri secondo uno stile che lo ha reso inconfondibile facendolo diventare meritatamente tra i più grandi produttori di tutti i tempi.

Le sue orchestrazioni hanno rappresentato uno standard qualitativo assoluto in particolare nella maestria della scrittura degli ottoni e nella sezione ritmica, in una molteplicità di generi, dal jazz al samba al funky ed alle colonne sonore , fino ad arrivare alla pop music raffinata.

Ha collaborato con i più importanti artisti tra cui : Ray Charles, Frank Sinatra, Barbara Streisand, Miles Davis , Michael Jakson e molti altri.

In particolare il con M. Jakson che incontrò sul set del film musicale “The Witz”che gli chiese di produrre il suo album da solista successivo. Il risultato, “Off the Wall” raggiunse i 30 milioni di copie vendute, facendo di Jones il più potente produttore discografico dell’industria musicale. Jones e Jackson continuarono a collaborare anche per “Thriller“, l’album più venduto di tutti i tempi, 110 milioni di copie, e Bad, che invece arrivò a 45 milioni, dopo di che le strade si separarono.

Quincy Jones nel corso della sua lunga carriera ha vinto 28 Grammy Awards.

R.I.P maestro