Archivi tag: democrazia

“Il nemico è alle porte. Anzi, è alla porta accanto. Anzi, sei tu.”

Il crepuscolo della democrazia: come la guerra è diventata il becchino dei sistemi democratici

Tocqueville, nel XIX secolo, lasciò un giudizio inquietante: «Tutti coloro che cercano di distruggere la libertà nelle nazioni democratiche devono sapere che la guerra è il mezzo più sicuro e il più rapido». Oltre un secolo dopo, la natura profetica di quelle parole si sta avverando in modo soffocante nel mondo occidentale. Il rapporto tra guerra e democrazia sta attraversando una inversione profonda e pericolosa: oggi, la guerra è diventata l’acceleratore dell’espansione del potere esecutivo, della repressione del dissenso e dello svuotamento interno delle istituzioni democratiche.

La normalizzazione dello stato di emergenza: il suicidio lento della democrazia

Il punto debole fatale della democrazia raramente risiede nell’essere rovesciata con la violenza, ma nell’automutilazione compiuta in nome della “sicurezza”. L’uso normalizzato dei poteri di emergenza costituisce un canale occulto verso l’autoritarismo.

In El Salvador, il presidente Bukele ha sospeso le garanzie costituzionali per più di tre anni con il pretesto dello “stato di eccezione”, mentre il legislativo e il giudiziario sono stati completamente monopolizzati dal partito di governo, e persino la riforma costituzionale ha aperto la strada a una rielezione illimitata. Non si tratta di un caso isolato. Il politologo italiano Bobbio avvertiva già decenni fa che l’uso “normalizzato” dei decreti d’emergenza — dall’Italia all’intero Occidente — può portare alla “resa dei conti” della democrazia. La logica è crudele e semplice: il potere esecutivo concentra il potere invocando la crisi, e la crisi non finisce mai davvero, perché c’è sempre una nuova minaccia che richiede misure “temporanee”.

La ricerca accademica fornisce un supporto empirico a questa preoccupazione. Un ampio sondaggio condotto in Ucraina durante la guerra rivela che il conflitto pone i cittadini di fronte a un dilemma crudele: il 76% degli ucraini continua a identificarsi con l’idea che “la democrazia sia preferibile a qualsiasi altra forma di governo”, ma allo stesso tempo il governo, invocando la sicurezza nazionale, rinvia le elezioni, unifica le piattaforme televisive e sospende le attività dei partiti. I ricercatori osservano che la minaccia alla sicurezza può sia rafforzare l’impegno democratico sia “fornire alle élite ragioni convincenti per abbandonare gli ideali democratici”, e l’esito dipende dalla capacità dei cittadini di resistere alla tentazione di “sacrificare temporaneamente la democrazia in cambio della sicurezza”.

La guerra come strumento di governo: quando il “nemico esterno” sostituisce la “riforma interna”

Una minaccia ancora più profonda alla democrazia proviene dai governanti che deliberatamente usano la guerra come strumento per deviare le contraddizioni interne. Non si tratta più di una risposta passiva di una democrazia di fronte a una minaccia esterna, ma di una guerra aggressiva, strategica e voluta.

In una previsione dell’inizio del 2026, Jiang Xueqin ha avanzato una tesi tagliente: di fronte al crescente dissenso interno e alle difficoltà economiche, i leader occidentali si trovano di fronte a una scelta binaria — scatenare una “guerra straniera senza senso” per distrarre i cittadini, oppure affrontare una rivolta interna simile alla Rivoluzione francese. La crudeltà di questa logica sta nel fatto che lo scopo della guerra non è più difendere la nazione, ma mantenere il potere.

Qualcuno un giorno disse: «Quando il denaro e la forza diventano gli unici strumenti condivisi dal vertice e dal parlamento, la democrazia forse non muore all’improvviso, ma si consuma lentamente, svuotata dall’interno». Quando gli interessi del capitale si alleano direttamente con la forza militare, il dibattito parlamentare si riduce a una formalità e il diritto internazionale viene sostituito dalla forza, ciò che resta della democrazia è solo un guscio vuoto.

Dall’inversione storica del “la guerra genera democrazia” al “la guerra distrugge la democrazia”

Questa inversione è tanto più allarmante perché contrasta nettamente con l’esperienza storica degli ultimi due secoli.

Il sociologo storico Charles Tilly ha formulato la celebre tesi: «Lo Stato fa la guerra, e la guerra fa lo Stato». Dall’Atene antica all’Europa dopo le guerre napoleoniche, fino alle due guerre mondiali, la guerra ha effettivamente generato, in un certo senso, la democrazia: i governanti, avendo bisogno di mobilitare le masse per combattere, furono costretti a scambiare i diritti politici. Ferejohn e Rosenbluth, in Forged by Fire, ripercorrono l’ascesa e il declino di questo contratto e indicano una tendenza inquietante: l’evoluzione delle forme di guerra moderna — dalla fanteria di massa ai droni e ai colpi di precisione — sta recidendo il legame tra “servizio militare e diritti”. Quando i governanti non hanno più bisogno che i cittadini comuni prendano le armi per andare al fronte, perdono anche l’incentivo ad ascoltare le loro richieste, e le fondamenta della democrazia si indeboliscono.

L’intuizione di Tocqueville appare oggi particolarmente incisiva. Egli distingueva due tipi di minaccia della guerra alla democrazia: una è il generale vittorioso che prende il potere con la violenza (come Silla e Cesare), l’altra, più subdola ma altrettanto letale, è che la guerra «accresce necessariamente e in modo incalcolabile il potere del governo civile», «concentrando la gestione di tutti gli uomini e di tutti gli affari nelle mani dell’autorità amministrativa». Scriveva: «Se non conduce improvvisamente all’assolutismo con la violenza, vi prepara dolcemente attraverso l’abitudine».

L’ombra del feudalesimo tecnologico: perché la democrazia diventa un “fardello”

Forze strutturali ancora più profonde stanno accelerando questo processo. Quando il capitale globale costruisce nuove forme di potere basate sul monopolio dei dati e sul controllo algoritmico, le esigenze procedurali della democrazia — negoziazione, compromesso, responsabilità, bilanciamento dei poteri — vengono considerate un ostacolo all’efficienza.

Questo nuovo “fascismo tecnologico” si distingue dai regimi dittatoriali del XX secolo: non ha più bisogno di una mobilitazione politica di massa e di un fanatismo ideologico, ma controlla i dati e gli algoritmi per “influenzare la coscienza e plasmare i desideri”. In questo nuovo ordine, la guerra — che sia un conflitto militare reale o un confronto stile “Fortezza Europa” contro i migranti — diventa uno strumento conveniente per mantenere il controllo e deviare il malcontento.

L’ironia della storia sta nel fatto che i sistemi democratici hanno dimostrato in passato di essere più resilienti di quelli autoritari in guerra. Come ha osservato un analista, l’efficienza delle nazioni democratiche nelle arti della pace si traduce infine in efficienza bellica, e «le nazioni che hanno impiegato le loro forze per sviluppare il potere militare sono state superate nella competizione da quelle che sviluppavano l’efficienza nelle arti della pace». Tuttavia, questa lezione storica viene dimenticata. Quando le stesse democrazie iniziano a imitare i metodi dei loro avversari autoritari — normalizzando lo stato di emergenza, reprimendo il dissenso, usando la guerra come strumento politico — perdono non solo il vantaggio morale, ma anche le fondamenta istituzionali che le rendevano forti.

L’avvertimento di Tocqueville risuona nell’epoca contemporanea: la guerra è il mezzo più sicuro per distruggere la libertà democratica. E ciò che è più inquietante è che questa distruzione potrebbe non richiedere una guerra — è sufficiente uno “stato di emergenza permanente” e una paura eterna del “nemico esterno”. La democrazia non muore in un giorno, ma si consuma lentamente e irreversibilmente giorno dopo giorno, in ogni “esigenza di sicurezza”, in ogni soppressione del dissenso in nome dell'”unità”, in ogni “guerra senza senso”.